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marzo
Teleborsa

Dai bond ai metalli preziosi: la guerra in Iran cambia le carte in tavola

articolo pubblicato il 20 marzo 2026 - 09.20 in Commodities
I mercati si trovano ad affrontare una "tempesta perfetta", a causa della guerra in Iran, che ha fatto impennare i prezzi energetici e rischia di respingere l'inflazione al rialzo, vanificando tutti gli sforzi delle banche centrali di stabilizzare la crescita dei prezzi attorno ad un target del 2% e prospettando un rischio ben maggiore di stagflazione (alta inflazione e crescita modesta). Tutto questo cambia il quadro che si presenta alle autorità monetarie, che hanno le mani legate e si trovano costrette a rivedere le scelte e le prospettive dei prossimi mesi, augurandosi che il conflitto non sia troppo lungo e gli effetti sui prezzi di natura temporanea.

L'ascesa di petrolio e gas

Il petrolio è tornato a sfiorare i 120 dollari al barile, di riflesso ai nuovi attacchi dell'Iran alle infrastrutture petrolifere dei Paesi confinanti del Golfo, in particolare Qatar ed Emirati Arabi. I bombardamenti degli ultimi giorno hanno messo duramente alla prova l'export di gas naturale liquido (GNL) di Doha, con ripercussioni che saranno pesanti verso i maggiori Paesi importatori in UE come in Asia. Il Brent ancora stamattina tratta a 107,86 dollari al barile, con una piccola limatura dello 0,7%, mentre il WTI (meno compromesso) tratta a 94 USD (-1,6%). Anche il gas Dutch TTF trattato alla Borsa di Amsterdam corregge a 59,27 euro/Mwh, in ribasso del 4%, dopo aver guadagnato ieri il 12%.

Rendimenti dei Bond si impennano

I rischi di inflazione e le ricadute sulle banche centrali, che sono state costrette a rivedere i piani di tagliare i tassi d'interesse e potrebbero valutare addirittura una inversione del trend nei prossimi mesi, si sono riversate con prepotenza sul mercato obbligazionario, facendo lievitare i rendimenti del bond sovrani (titoli di stato).

La Banca d'Inghilterra ha lasciato i tassi di interesse invariati al 3,75%, mentre anche la Banca Centrale Europea ha mantenuto invariato il tasso sui depositi al 2%, in risposta all'impennata dei costi energetici ed alle diverse prospettive che si aprono per la politica monetaria. Anche la Federal Reserve questa settimana ha passato la mano, mettendo in soffitta un possibile taglio dei tassi entro la prima metà del 2026.

Per tutta risposta, i rendimenti dei Gilt a 10 anni sono aumentati al 4,848%, in crescita di oltre 10 punti base rispetto alla chiusura della vigilia (+2,17%), dopo aver toccato un picco al 4,909%, nuovo massimo delle ultime 52 settimane. Per contro, i Treasury decennali americani hanno visto il rendimento risalire al 4,279%, ai massimi degli ultimi due mesi, mentre il T-bond a due anni è balzato attorno al 3,83%. Infine, il Bund tedesco a 10 anni si conferma vicino ai massimi biennali al 2,944%.

E l'oro?

A destare una qualche sorpresa negli ultimi giorni sono stati soprattutto i metalli preziosi che, incomprensibilmente rispetto alla loro natura di bene rifugio, hanno ritracciato bruscamente dai massimi, nonostante l'escalation in Medioriente. Un movimento che non è neanche compatibile con il suo ruolo di riserva di valore, che vede crescere le quotazioni in risposta ad un'inflazione più alta.

Ma c'è da considerare anche che l'oro è anche un bene di investimento "alternativo" il cui peso non è sempre uguale nei portafogli. In tal senso, tassi di interesse più elevati, frutto di politiche restrittive delle banche centrali, rappresentano un costo della detenzione di oro, che non offre rendimenti, e dunque la possibilità di nuovi rialzi dei tassi e l'ascesa dei rendimenti dei titoli di stato ha compensato gli altri effetti, facendo ritracciare il metallo prezioso.

Il Future di aprile sul gold è pertanto sceso a 4.705 dollari l'oncia, evidenziando su base settimanale una correzione del 7%, rispetto agli oltre 5.000 dollari toccati nei giorni scorsi. Stesso movimento per l'argento che ha addirittura perso oltre il 10% in una settimana attestandosi attorno ai 73 dollari.

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