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marzo
Teleborsa

Teheran impone un pedaggio da 2 milioni di dollari sullo Stretto di Hormuz

articolo pubblicato il 25 marzo 2026 - 15.38 in Commodities
L'Iran ha iniziato a imporre un pedaggio fino a 2 milioni di dollari per transito alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz, trasformando di fatto il più critico collo di bottiglia energetico del pianeta in uno strumento di pressione geopolitica e di finanziamento bellico. Secondo Lloyd's List, Teheran ha istituito un corridoio di passaggio "sicuro" nello Stretto, offrendo alle navi previamente autorizzate il transito in cambio di approvazione e, in almeno un caso, di un pagamento di 2 milioni di dollari. Il parlamentare iraniano Alaeddin Boroujerdi ha confermato la misura alla televisione di Stato, definendola espressione della "forza" della Repubblica Islamica.

La mossa si inserisce nel contesto della crisi seguita agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l'Iran del 28 febbraio 2026. Il traffico marittimo nello Stretto è crollato: prima del conflitto transitavano in media oltre 100 navi al giorno, ridotte a un rivolo di appena 5 unità giornaliere a fine marzo, secondo la società di intelligence marittima Windward. Lo Stretto gestisce circa il 20% dell'offerta petrolifera mondiale, pari a circa 20 milioni di barili al giorno.

Sul piano del diritto internazionale, l'imposizione di pedaggi su uno stretto internazionale è altamente controversa. L'articolo 38 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) stabilisce che il diritto di passaggio in transito "non può essere impedito" e non prevede alcuna tariffa. L'Iran, tuttavia, ha firmato ma mai ratificato l'UNCLOS, sostenendo di non essere vincolato dalle sue disposizioni. Giuristi internazionali osservano però che il passaggio in transito è considerato diritto consuetudinario, vincolante per tutti gli Stati.

L'impatto sui mercati energetici è stato immediato e violento. Il Brent ha registrato un rialzo di quasi il 40% nel mese di marzo, superando i 100 dollari al barile, dopo aver toccato un picco di 119,50 dollari. Nella seduta odierna, i futures sul Brent sono scesi a valori compresi tra 94 e 100 dollari al barile, scambiando intorno ai 95 dollari, dopo che il presidente Trump ha dichiarato che Washington e Teheran sono "in trattativa". Goldman Sachs ha osservato che il greggio sta scambiando su un premio di rischio geopolitico, con il caso base che prevede il traffico allo Stretto di Hormuz ad appena il 5% dei livelli normali per sei settimane (a partire dalla fine di marzo), seguite da un mese di graduale ripresa, indicando che una normalizzazione non avverrà prima di giugno.

Le conseguenze macroeconomiche sono potenzialmente severe. Secondo la Federal Reserve Bank di Dallas, un blocco dello Stretto protratto per l'intero secondo trimestre 2026 ridurrebbe la crescita del PIL globale di 2,9 punti percentuali su base annualizzata. Se la disruption dovesse durare tre trimestri, la perdita cumulata di crescita dal Q4 2025 al Q4 2026 raggiungerebbe 1,3 punti percentuali. Il presidente della Fed di Chicago, Austan Goolsbee, ha definito lo shock petrolifero "stagflazionario", sottolineando l'assenza di un «playbook ovvio» per le banche centrali.

Mike Sommers, CEO dell'American Petroleum Institute, ha dichiarato che la riapertura dello Stretto è l'unica leva efficace per stabilizzare i prezzi, aggiungendo che "non esiste un sostituto per lo Stretto". Diversi governi, tra cui Cina, India, Pakistan, Malaysia e Iraq, sono in trattativa con Teheran per ottenere il transito delle proprie navi, mentre il parlamento iraniano sta valutando una proposta di legge per rendere permanente il sistema di pedaggi — una prospettiva che, se realizzata, segnerebbe un cambiamento strutturale nella geopolitica energetica globale.

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