Il rischio associato ai flussi energetici provenienti dal Medio Oriente resterà più elevato rispetto al passato anche una volta raggiunta la pace. Lo ha sostenuto l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, in audizione davanti alla Commissione Attività produttive della Camera.
Secondo l'AD, "la configurazione passata basata su Russia e Medio Oriente si è erosa completamente" e i contributi alla produzione energetica da quell'area difficilmente torneranno ai livelli precedenti per molto tempo. Anche quando i flussi dal Golfo riprenderanno, ha spiegato, "il rischio attribuito a quest'area sarà completamente differente", con conseguenze su costo del denaro, premi assicurativi e investimenti. Sul fronte più stretto della crisi in atto, Descalzi ha sottolineato che il nuovo blocco dello Stretto di Hormuz sta spostando il focus degli investimenti nel settore oil & gas verso l'Estremo Oriente e l'America Latina.
Descalzi ha spiegato che l'attuale situazione energetica non è ancora pienamente certificata dai prezzi del petrolio, grazie all'utilizzo di circa 400 milioni di barili di riserve strategiche dei Paesi OCSE immessi sul mercato, che hanno permesso di mantenere le quotazioni in un range fra 90 e 100 dollari. Descalzi ha ricordato che con la firma dell'accordo con l'Iran i prezzi erano scesi fino a 68 dollari, salvo poi risalire agli attuali 85 dollari, "perché non c'è stato un seguito positivo a quella firma": dall'11 del mese non è più passata alcuna nave nello stretto, configurando di fatto un nuovo blocco che, ha detto, "cambia l'ordine delle cose" sia per l'Europa sia a livello mondiale.
Nell'audizione si è parlato anche del nodo raffinazione, con l'Italia in deficit di jet fuel. Descalzi ha indicato nella carenza di capacità di raffinazione europea uno dei nodi principali della crisi in corso. La guerra in Medio Oriente sta determinando "una mancanza di greggio non così elevata, ma una mancanza di prodotti raffinati estremamente elevata", soprattutto per l'Europa, che negli ultimi anni ha ridotto la propria capacità di raffinazione di circa il 20%, con una riduzione simile anche in Italia. Il problema, ha spiegato l'AD, è che l'Europa importa prodotti raffinati invece di lavorare il greggio in loco: "per ragioni di policy, di norme, l'Europa ha spinto a portare moltissime delle produzioni di fossil fuel a spostarsi dall'Europa, poi invece di raffinarlo qua lo compriamo". Il deficit più marcato riguarda il jet fuel, importato per il 35-40% (forse di più): l'Italia necessita di circa 5 milioni di tonnellate l'anno, ne produce solo la metà e importa il resto, anche se il biocarburante potrebbe in parte compensare la carenza. Sul diesel la situazione è più equilibrata tra domanda e produzione, ma l'Italia lo esporta; per le benzine, invece, non ci sono problemi di approvvigionamento.
Sul fronte del gas, Descalzi ha previsto un possibile stop completo delle forniture russe verso l'Europa dal 1° gennaio, come "coda" della guerra russo-ucraina, sottolineando che questo rappresenta una preoccupazione per tutto il continente. L'AD ha avvertito che l'Europa potrebbe trovarsi ad affrontare il problema dei prezzi elevati del gas a gennaio 2027, per effetto combinato dell'interruzione delle forniture russe e dei bassi livelli di stoccaggio in diversi Paesi. Se l'Italia si trova in una posizione relativamente solida - con gli stoccaggi attualmente al 71-72% e in vista di un target del 90% a gennaio - altri Paesi europei sono invece "molto al di sotto", fermi al 40-45-46%, con la prospettiva di chiudere l'anno vicino al 70%. Questo significa, ha spiegato Descalzi, che nel momento di picco della domanda invernale "non solo non ci saranno i metri cubi russi, ma anche quelli stoccati saranno inferiori".
Descalzi ha usato toni duri nel rispondere a una domanda sull'impegno di Eni per il settore chimico. "Etilene e polietilene sono usciti dal mercato produttivo in Europa", ha detto l'AD, accusando l'Unione europea di aver fatto "di tutto per distruggere la chimica", spingendo le produzioni fuori dal continente. "Nessuno ha detto una parola alla Commissione Europea per difendere la chimica - ha aggiunto - però poi ci viene chiesto di difendere la chimica". Descalzi ha rivendicato che, a differenza di altri operatori del settore che hanno proceduto a licenziamenti, Eni ha mantenuto l'occupazione e continuerà a farlo: "gli altri hanno licenziato, noi no, e non lo faremo".
Sul sito di Priolo, l'AD di Eni ha espresso apprezzamento per il lavoro della Regione Siciliana, definendolo positivo. Il sito, ha spiegato, doveva essere riconvertito verso il riciclo sia meccanico sia chimico, ma le attuali regole europee consentono solo quello meccanico. L'azienda intende comunque insistere per ottenere il via libera anche al riciclo chimico. Nel frattempo il sito è stato trasformato in una bioraffineria, con una collaborazione piena da parte della Regione.
Guardando alla transizione energetica, Descalzi ha spiegato che Eni sta entrando nella catena del valore dei materiali critici necessari alla propria gigafactory per batterie di Brindisi, un impianto da 16 GW complessivi (8+8) realizzato in joint venture con l'italiana Seri. L'esigenza nasce dal alto livello di rinnovabili raggiunto da Eni per la vendita di elettricità ai clienti, che richiede sistemi di accumulo per bilanciare la rete ed evitare sovraccapacità. Per il litio, Eni è entrata in una società cilena da cui si approvvigiona per portare il materiale a Brindisi. Per la grafite, l'azienda è entrata nella canadese Nouveau Monde Graphite, con l'obiettivo di trattare il materiale direttamente in Italia per la gigafactory.